Questo, secondo me, è il punto più profondo.
Verum Lumen non deve necessariamente dire:
“Io conosco la verità e ve la mostro.”
Potrebbe dire qualcosa di molto più aperto:
“Creo le condizioni perché ciò che è già presente possa rivelarsi.”
In questo senso l’opera diventa quasi una soglia.
Chi la osserva entra in rapporto con la materia, con la sua superficie, con le sue imperfezioni, con i segni del tempo.
E forse, attraverso quella materia, riconosce qualcosa che non appartiene più soltanto all’opera.
Riconosce qualcosa di sé.
Perché il disvelamento non riguarda necessariamente soltanto l’oggetto.
Può riguardare anche colui che guarda.
Ed è qui che Verum Lumen può diventare qualcosa di più di un progetto sulla materia veneziana: una ricerca sul rapporto fra ciò che appare e ciò che è, fra ciò che vediamo e ciò che ancora non riusciamo a vedere.